BOTTINO…


Con la tenue ammissione che tutto sommato Craxi è stato un quasi granduomo, il Presidente della Repubblica, ovvero la più alta autorità morale del nostro paese (secondo il codice politico-morale che detta legge), ha infine siglato la pacificazione fra i contendenti della guerra degli anni ’80. Una guerra che si scatena all’indomani della fine della guerra fredda, ovvero dell’antagonismo comunista come attore politico con cui fare i conti nella scena italiana: non già la stantia dirigenza del PCI ormai palesemente soverchiata nel suo duplice ruolo di virtuoso amministratore di condomini e cooperative varie ovvero di ammaestratore delle pulci nel circo della Repubblica Democratica nata dalla resistenza e fondata sul lavoro, bensì quelle masse proletarie che riconoscevano nell’alternativa comunista l’unico percorso praticabile per un riscatto sociale e una vita migliore. Se la parabola di questo grande sogno si concluderà poi tragicamente, la vicenda Craxi assume oggi contorni grotteschi e giunge come anello di congiunzione fra quel periodo e l’attuale, preconizzandone in parte gli elementi distintivi di quest’ultima fase storica. Le vicende di un politico che ha fatto girare un sacco di soldi attraverso conti off-shore sparsi nel mondo al di là di tutte gli eufemismi non trovano altre spiegazioni se non quelle che sono già all’evidenza dei fatti archiviati in sede giudiziaria. Invece si vuole a tutti i costi trovare una giustificazione che va al di là dei fatti e dell’evidenza ma che serve a compattare una classe dirigente unita nel perpetrare il suo controllo, con annessi privilegi, sul resto del paese. Costi quel che costi. Craxi viene perdonato e giustificato perché così si giustifica, si perdona e si approva una classe dirigente che ha fatto dell’intrallazzo e dell’imbroglio l’unica strada percorribile per garantire la prosecuzione di se medesima contro ogni ragionevole motivo. Craxi tuttavia fù condannato per permettere a quella classe dirigente di sopravvivere alle sue nefandezze, così come già fu per Mussolini, dove sopravvisse l’intero corpo dirigente conservatore sabaudo e buona parte di quello intellettuale, compresi i firmatari del manifesto della razza. Quei sopravvissuti,oggi, fanno sentire il loro olezzo.

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