spaghetti, musaka e zaziki


spaghetti In Italia c’è già la coda di quelli che hanno depositato il logo di qualcosa che rimanda alla sinistra greca, ai suoi colori, ai suoi successi. men che mai alle sue istanze. La scorsa primavera un gruppo di intellettuali italiani (fra cui alcuni pseudo), vari personaggi a metà fra il mondo dello spettacolo, del jet set della mondanità sinistrorsa più gossippara e caciarona, si sono raccolti attorno ad una fantomatica lista Tzipras in onore del vincitore greco. E’ presumibile che prossimamente assisteremo a riedizioni di questa insalata greca alla pommarola o di qualcosa che rimanderà inesorabilmente, in qualche modo a Siriza, confidando nell’effetto trascinamento della vittoria di Siriza di queste ore.

Si sa è la moda, i grandi demiurghi di questa decotta sinistra 2.0 sempre al servizio del BCE e dei burocrati di Maastricht hanno intravisto una tigre che potrebbe portarli se non lontano, quantomeno abbastanza in alto da entrare enll’olimpo degli eletti (sono questi i gretti orizzonti di questi novelli padri del socialismo nostrano al di là di tanto lirismo nelle loro declamazioni), mettersi in tasca qualche quindicina di migliaia di euro al mese, profittare di benefit vari e con un pò di fortuna raggiungere il tanto sospirato vitalizio a spese degli italiani che lavorano per davvero ovviamente. Tutto stà a saper vendere bene il prodotto. Una bieca operazione di marketing. E’ un dejavù. Si declama a gran voce l’equità sociale, gli interessi del popolo, le miserrime condizioni di tanta gente della classe lavoratrice, salvo poi mandare in parlamento, a spese dei contribuenti: o pubbliciste di Debenedetti americanofile, filosioniste e di stretta osservanza globalizzata oppure DragQueen il cui unico merito è quello di aver vinto l’Isola dei famosi. A tutti costoro non ho che da dire, se si sentono così barricaderi, di rinunciare a parte del loro stipendio (tenendosi comunque una parte di gran lunga superiore allo stipendio di un italiano medio), al finanziamento al loro partito e ai loro giornali. Allora poi, forse, potranno essere ritenuti credibili. Ma come ci ha insegnato Barbara Spinelli sono disposti a promettere qualunque cosa, salvo poi, quando viene il momento, rimangiarsi tutto. E’ una questione di etica, cosa che siffatta gentaglia non possiede.

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